Humans of Budrio Amarcord. JEAN PAUL

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Parlare di Jean Paul, al secolo Giampaolo Berardi classe 1942, non è semplice. Bisogna stare attenti a non restare intrappolati nei luoghi comuni o nelle mille sfaccettature della memoria collettiva, di chi gli ha voluto bene, di chi conserva un suo personale ricordo. Per questo, parlerò del Jean Paul più intimo, lasciando fuori almeno per una volta, la macchietta descritta nelle zingarate alla Baia Imperiale, l’avventuriero delle notti brave a Bologna, il complice consapevole delle goliardie che lo hanno visto protagonista negli anni ’80. Certo, anche questo è Jean Paul, quello che conosciamo tutti: il personaggio un po’ guascone che non si tirava mai indietro, spesso oggetto di scherzi un po’ crudeli, che lui condivideva e subiva con l’allegria e la leggerezza che facevano parte della sua personalità.
No, non parlerò di questo Jean Paul, ma del ragazzo nato a Bologna da una giovane madre sola, un ragazzo come molti di cui abbiamo già parlato, che ha vissuto l’inferno degli istituti per orfani, le difficoltà di una solitudine e la fame di affetto che non l’hanno mai abbandonato.
La sua prima esperienza a Budrio è nella comunità protetta del Donini, dove soggiorna per un certo periodo per poi ritornare a Bologna, in un tentativo di convivenza con la madre che, nel frattempo, si era riavvicinata al figlio. Un’esperienza che non deve essere andata per il verso giusto poiché ritroviamo Jean Paul solo, ad Armarolo, nel 1976. Jean Paul ha anche un lavoro ma non arriva a mantenerlo. La sua indole anarchica e ribelle, non riesce a sottostare alle abitudini di una vita regolare.
Ultimo domicilio conosciuto è ancora a Budrio, in via Saffi, dove è seguito dagli assistenti sociali del Comune, che cercano di garantirgli una certa autonomia e disciplina: il minimo sindacale perché possa gestire la casa, la spesa, la sua persona. Jean Paul spesso disobbedisce e viene ripreso: lui annuisce convinto, riconoscendo tutte le sue colpe e firma un contratto dove sono elencate tutte le piccole mansioni quotidiane a cui deve attendere: per qualche settimana riga dritto e poi ci ricade facendo impazzire le assistenti domiciliari. Ma Jean Paul era così, senza cattiveria, era Jean Paul e basta. Ancora oggi nel suo fascicolo sono conservati gli innumerevoli ‘contratti’ da lui sottoscritti e riguardandoli, gli stessi operatori del sociale sorridono pensando a come lui regolarmente disattendesse le sue promesse. Parecchi anni fa Jean Paul ha anche avuto un serio incidente che, grazie al denaro dell’assicurazione, gli ha procurato un momento di inebriante benessere economico. Ma lui baratta il valore del denaro, a cui non ha mai dato importanza, con quello della gioia di condividere. Perciò spende e spande in apparecchiature elettroniche, ha una vera mania per gli impianti stereo, regala, dilapida sempre nella convinzione che la sua generosità sia la chiave di accesso a tanti amici, qualcuno che allievi la sua solitudine. E di amici ne aveva tanti, alcuni anche veramente affezionati . Jean Paul amava veramente le persone e sentiva il bisogno di aiutarle, di rendersi utile, di farle felici. Quello che avrebbe voluto che gli altri facessero per lui. Nei ricordi degli assistenti sociali c’è anche un Jean Paul che si presenta all’orario di chiusura degli uffici, per declamare la sua lista delle lamentele ed anche i dispetti di cui era stato oggetto. Si confida, chiede ascolto e fra gli operatori del sociale c’era sempre qualcuno disposto ad ascoltarlo, sgridarlo e consigliarlo. “ Quello là – diceva riferendosi a un falso amico – Mi ha chiesto un sacco di soldi e poi quando ho avuto bisogno io si è fatto di nebbia. Ma adesso mi faccio furbo!” minacciava convinto. Poi bastava una moina, una pacca sulle spalle, un piatto di tagliatelle mangiato insieme, ed ecco che i suoi rancori svanivano, pronto a riversare ancora una volta il suo affetto su chi, magari , non se lo meritava. Sgridare Jean Paul in modo serio era impossibile, mi dicono gli assistenti: assumeva prima un’aria contrita e poi esibiva quella faccia furbetta a cui nessuno sapeva resistere . Non gli piaceva vedere la gente arrabbiata. “Va mo là ciccèn, sta mo bòn ca ajò capè” prometteva solenne, e se ne andava felice perché c’era chi si prendeva cura di lui. Oltre agli assistenti sociali, un altro confidente e vero amico è stato Roberto di Fotoprogress che oggi ricorda di aver comprato il negozio in cui lavora con Jean Paul dentro. “In che senso?” gli chiedo. “Nel senso che quando sono arrivato Jean Paul era sempre lì, come un elemento di arredo e non c’era modo di schiodarlo”. Roberto ride e lo ricorda con tenerezza. “Passava con me moltissimo tempo, tanto che quando avevo da lavorare veramente, cercavo di mandarlo via ma dopo un po’ si ripresentava. Chiedeva informazioni sugli ultimi modelli, voleva comprare tutto quello che di nuovo usciva sul mercato. A nulla valeva che gli dicessi che aveva già un’attrezzatura stratosferica. Lui si mostrava convinto e poi andava a comprare un obiettivo assolutamente inutile da un’altra parte: magari da qualcuno che aveva meno scrupoli di me” . “Ma era un bravo fotografo?” gli chiedo “Sì, aveva un buon occhio e molto intuito. Faceva belle foto. Soprattutto foto di piante, animali, paesaggi e tanti fiori. Aveva una vera mania per i fiori. Certe volte gli facevo vedere i miei scatti e lui regolarmente mi diceva: “ Bello, bello ciccèn, ma i fiur ? Dove sono i fiori? Perché dietro a questo qua non ci hai messo dei fiori”? Era una vera fissa”.
Anche io penso che Jean Paul avesse talento: ho visto dei suoi scatti molto interessanti, originali. Mi ricordo una foto del parco di Selva Malvezzi con i gufi: un grande scatto, ricordo che glielo ho invidiato molto. Spesso mi rincorreva per il paese, arrabbiandosi perché non gli pubblicavo le foto nel notiziario comunale. “ Stai mo buono Jean Paul che una di queste volte ti pubblico in copertina” gli dicevo. E qualche foto gliela ho pure pubblicata. Sono contenta di averlo fatto. Negli ultimi tempi lo vedevo ciondolare per il paese con la macchina fotografica a tracolla, l’espressione triste e poco entusiasmo. Forse stava già poco bene e gli era anche passata anche la voglia di fare foto. Le strade, le piazze, i bar erano la sua casa, la sua famiglia. Budrio era la sua famiglia, tutti noi lo eravamo. A Jean Paul bastava semplicemente stare accanto ad un capannello di persone, qualsiasi cosa stessero discutendo, e ascoltare quello che dicevano per essere contento. Anche una sgridata, uno scherzo di qualche ragazzino contribuivano a farlo sentire accolto. Aveva bisogno di continue conferme del suo ‘esserci’. Vorrei solo che avesse potuto vedere quanta gente c’era al suo funerale, quanti messaggi, ricordi, foto sono apparsi sui social quando si è saputo che se ne era andato. Per Jean Paul era importante essere accettato, sentirsi parte della comunità. E i ricordi che ho raccolto in giro per Budrio per scrivere questo pezzo, mi dicono che ci è riuscito benissimo.

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