Non eravamo zingari felici

Non eravamo zingari felici

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Stamattina,  mentre facevo colazione ascoltando Rai3 “Qui comincia” con il bravissimo Arturo Stalteri, ho maturato una riflessione socio-musicale: la nostra generazione è stata quella degli incazzati sonori.  Non è un caso che in onda ci fosse  musica di Claudio Lolli.  Poi, quando Stalteri, che pure ha esattamente la mia età, ha annunciato come “ brano un po’ più positivo  Ho visto anche degli zingari felici, mi è andato di traverso l’Oswego.

Per me questa canzone rappresenta  la Waterloo dei ragazzi del Movimento: frasi come “È vero che non ci capiamo, che non parliamo mai, in due la stessa lingua, e abbiamo paura del buio e anche della luce, è vero che abbiamo tanto da fare e non facciamo mai niente”, sono la sintesi di una generazione, la mia, che ha tanto parlato ma che dopo pochi anni si è arresa al  Drive In, alla rucola sulla bresaola, alle spalline di Armani e ha smesso di pensare e parlare.

Perché, davvero, parlavamo e parlavamo tanto.  Nelle canzoni dell’epoca ci sono i più bei manifesti politici che siano mai stati scritti. Penso a De Gregori e a Rimmel, il primo dei  suoi album scritto non solo per lui e pochi intimi. Penso a “Le storie di ieri” dove   “ Ma mio padre è un ragazzo tranquillo, la mattina legge molti giornali, è convinto di avere delle idee.  E suo figlio è una nave pirata, e suo figlio è una nave pirata “.  Oppure a Guccini: non  è  L’Avvelenata,  la canzone di protesta  (che in realtà non se la prendeva con il sistema ma un critico musicale che l’aveva stroncato), ma la struggente Eskimo dove in due righe “bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà: tu giri adesso con le tette al vento, io ci giravo già vent’anni fa!” Guccini  riassume tutto il senso di sconfitta di quella generazione lì: la mia.

Il Movimento, le assemblee in aula Lettere, Francesco Lorusso, Kossiga, “Vi seppelliremo sotto una risata”;  a me sembra che sotto una risata ci siamo seppelliti da soli perché eravamo degli incazzati sociali, volevamo cambiare il sistema e alla fine il sistema ha cambiato noi.

No, non credo davvero che la canzone di Lolli si possa definire positiva.

Forse lo erano quegli zingari che si correvano dietro, facevano l’amore e in piazza Maggiore si ubriacavano di lune, vendette e  di guerra. Ma non eravamo noi, o meglio, non lo siamo mai veramente diventati.

 

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