L’essiccatoio del riso e la villa di Napoleone

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Prima o poi mi cadrà una trave in testa oppure mi arresteranno per aver violato una  proprietà privata, o magari mi morderà una vipera ma non perderò mai il vizio di infilarmi dentro le case diroccate .

Credo che per  i praticanti di questo anomalo passatempo abbiano inventato un nome, tipo esploratori dell’abbandono, o qualcosa del genere: io non esploro, io ficco semplicemente il naso e curioso.

Chi come me  si addentra dentro case, ville, fabbriche o edifici abbandonati nel tempo,  in improbabili imprese di archeologia urbana, non cerca solo tracce di storia ma vuole rivivere un certo passato, modi di vivere,  oggetti,  usi di altri tempi e di altra gente perché, quasi sempre, all’interno di questi edifici rimangono tracce della vita di tutti giorni, magari di nessun valore, che testimoniano passaggi  di vite passate. Un mestolo, uno scolapasta arrugginito, un quaderno o uno specchio, per noi Indiana Jones della Bassa,  hanno lo stesso valore di un fregio o di un affresco. Anzi, ne hanno di più.

Una delle mie ultime esplorazioni è stata particolarmente tormentata. Erano anni che adocchiavo questo edificio nel cuore del paese: grande, imponente, rosso e vigoroso. In realtà non sembrava neanche abbandonato e forse qualcuno ancora oggi lo usa come magazzino. Di fatto, in questo ex essiccatoio del riso, le attività dovevano essere  frenetiche e sicuramente fonte di lavoro per molte persone.  Parlando con un agricoltore locale, ho saputo che il complesso è stato attivo fino alla fine degli anni ’50.  Il riso, coltivato in una vasta proprietà di molti ettari,  veniva consegnato all’essiccatoio e qui, una volta asciugato e pronto per essere venduto,  portato a destinazione in grandi vagoni da miniera trainati dai cavalli, su una strada appositamente costruita.

Il complesso comprende una serie di edifici fra cui un’officina per il ricovero dei mezzi, dove stazionano ancora antichi utensili e un paio di vecchie auto in compagnia di aratri e altre vetuste macchine agricole. Gli edifici sono ben tenuti, almeno in apparenza. Con un po’ di fantasia si può immaginare come doveva essere una giornata tipo di lavoro nello stabilimento: il rumore dei carrelli, quello degli animali, il vociare dei tanti operai che ci lavoravano.  Un’azienda che deve essere stata un fiore all’occhiello per l’organizzazione del lavoro e la gestione della tenuta agricola,  nata in gran parte da un terreno paludoso e incolto e che una sapiente opera di bonifica ha saputo rendere fertile e generosa.

Dietro l’azienda c’è un bosco che nasconde un’altra meraviglia. La Villa Bonaparte, anche questa composta da più edifici e ormai in completa rovina,  deve il suo nome al fatto che, dal 1824 al 1923, i proprietari della residenza e della tenuta fossero alcuni dei discendenti di Napoleone I. Passando fra intricati muri d’edera, rami spezzati e macerie insidiose, si riescono ad intravvedere gli interni, i pavimenti a losanghe e i resti di stucchi e decori. Anche in questo luogo è facile immaginare la vita oziosa e i passatempi  dei nobili che venivano in villeggiatura in questo paese a pochi chilometri da Bologna, in quella che doveva essere una  residenza di campagna. Scappavano dal caldo della città in questa villa immersa in un boschetto di querce e di noci. Alcuni oggetti d’uso quotidiano ingombrano ancora le stanze buie dove i rami degli alberi hanno sfondato i vetri ed abitano gli spazi. E’ la casa del custode, forse del contadino che coltivava parte di quei terreni. Per terra, oggetti poveri di povera gente che nessuno si è preso la briga di portare via. Li guardo, li fotografo e chiedo loro di parlare di queste vite ai margini della storia, mentre c’è chi,  fuori  in mezzo al bosco, cerca la torre con lo stemma nobiliare dei Bonaparte. A me interessano invece  queste mura annerite dal fumo del focolare, questi soffitti bassi, questo carretto lasciato in mezzo alla stanza,  questo attrezzo per pigiare l’uva. Sono loro che raccontano il vero passato di questo luogo.  E che fanno la storia che conta.

 

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