Due giorni in convento.

pubblicato in: Foto E Dintorni | 12

Sì, siamo state in convento. Quasi due giorni. Abbiamo scelto un convento dell’anno 1000, l’eremo di Gamogna, su un cucuzzolo di Appenino  fra Romagna e Toscana.  Fondato da Pier Damiani , l’eremo è abitato,  per dieci mesi all’anno, da suore di un ordine molto contemplativo, la  fraternità monastica di Gerusalemme. No, non ci hanno obbligato a pregare, ma lo abbiamo fatto lo stesso. In quel posto lì, comunque si chiami il signore del piano di sopra, ti viene solo da ringraziarlo. Andiamo per ordine. Di certezze ne avevamo due. C’era un sentiero ‘ un po’ faticoso’ per raggiungere il monastero. Una volta arrivate, avremmo dormito in una cella, avremmo dovuto dare una mano e soprattutto saremmo state fuori dal mondo: niente tv, internet, telefono a singhiozzo.  Partenza  baldanzosa sabato mattina, sosta da Giampaolo per far benzina, foto di rito fatta dalla Carla che avrebbe voluto partire con noi. Dopo Faenza inizia uno scenario sconosciuto fatto di boschi e paesi antichi, come Modigliana, che  uno si chiede come mai in quasi sessant’anni di vita non è mai capitato da quelle parti. Arriviamo a Lutirano e ci facciamo indicare la casa del contadino Camurani dove la suorina ci aveva detto di lasciare l’auto. Scaricati gli zaini, acquisite  precise indicazioni dalla signora circa il sentiero da prendere, naturalmente imbocchiamo quello sbagliato. A noi sembrava un sentiero ‘serio’ , assolutamente in regola per condurre a un monastero in cima alla montagna . Telefonata in convento, tanto per farci subito riconoscere. –Suor Giovanna ci siamo perse!” – Di già? –  La voce va e viene. Dopo aver finalmente spiegato che stavamo costeggiano  un torrente invece di un bosco, capiamo che il sentiero ‘buono ‘ lo avevamo già superato. In realtà lo avevamo visto ma lo avevamo scambiato per una frana. La frana, cioè il sentiero, ha  ciottoli della dimensione di un meteorite, foglie  secche che nascondono buchi che arrivano al centro della terra, e insidiose lastre  di selce piene di muschio. Sembra il letto di un fiume in secca ma ha una pendenza 80%.   A fianco solo alberi , rami spezzati,  cacche non identificate. Saliamo e ridiamo, parliamo e ridiamo. Dopo venti minuti, salivazione azzerata, sudore nonostante i dieci gradi scarsi, smettiamo di ridere. Dopo altri dieci minuti smettiamo anche di parlare.  Nessun segno di vita , manco un passero, silenzio assoluto. Io sono quasi certa che sto per tirare le cuoia, Patrizia si appoggia a un albero sfinita  e detta le sue ultime volontà. Chi siamo, dove andiamo e soprattutto chi cazzo ce l’ha fatto fare? Dopo  un’altra mezzora di bosco fitto, potremmo essere ovunque, forse anche sul Tibet, sentiamo  il rumore di una campana di mucca al pascolo. Una mucca in un bosco in salita può essere solo un’allucinazione, invece eccola, grossa e per niente spaventata che ci viene incontro curiosa. Almeno un segno di vita l’abbiamo trovato. Patrizia urla “Guarda c’è anche un pastore: quindi ci sarà anche una casa!”.  Con lo sguardo annebbiato metto a fuoco il pastore. “Non è un pastore, Patty,  è una suora..” La suora insegue la mucca con un bastone per mandarla via. Dietro di lei appare l’eremo, come dal nulla. Siamo arrivate, siamo salve. La suora ci spiega che le mucche sono dei Camurani e non capisce perché ma ogni sabato vengono in visita all’eremo. Lei le rimanda a casa. “Solo di  sabato però..” , dice come a giustificarle. Siamo troppo stanche per stupirci di tale stranezza. La suora si chiama Giovanna, è romagnola ma ha vissuto 15 anni in Francia presso la casa madre dell’ordine. Sulla soglia dell’eremo c’è una suora nera. Per due buone ragioni:  la prima perché viene dal Togo, la seconda perché siamo in ritardo, il pranzo è pronto è c’è ancora da pregare. Noi sinceramente vorremmo solo stenderci in questo mare di foglie gialle e rosse e aspettare serenamente la morte. Però abbiamo anche fame e non ci sembra carino così, appena arrivate, non pregare con loro. Sporche e infangate entriamo nella chiesa in sasso.  Essenziale, quattro vecchie panche, un altare di pietra, un cero e un’icona bizantina. Le suore cantono : non è una preghiera, ma una lode dal suono angelico e ipnotico.  Noi taciamo, distrutte.  Io penso che se faccio tanto di appoggiarmi al muro mi addormento. Patrizia ha la testa china e gli occhi chiusi. Finge di essere in estasi ma io sospetto che stia russando. Ma il canto è struggente e ci facciamo coinvolgere: cerchiamo di seguire le parole sul Salterio che ci hanno dato, e ne esce una versione straziante che assomiglia più ad una raglio d’asino che a un salmo leggiadro. Pranzo in refettorio, in silenzio come vuole la regola. Risotto allo zafferano, polpettone e finocchi gratinati. Il sapore delle cose genuine. In sottofondo i canti gregoriani. Suor Benedicte , che continua ad essere molto scura ma non è più arrabbiata, ora sorride. Assomiglia stranamente a Serena Williams e parla come l’ispettore Clouseau.  “ Mais sì, on Togo si parla franscese… Mais non ci piacciono i franscesi. Preferiamo les allemandes. Loro no, que non sfruttavano la popolation…”. Finalmente al caffè si può parlare. Anzi si DEVE  parlare. Ci dicono che il loro compito è accogliere i pellegrini, farli stare bene, preparare loro le stanze. Ognuno , per sdebitarsi, fa  quello che può. Chi vuole prega con loro, chi non vuole può fare altro. L’importante è dare una mano, stare insieme, condividere.  Vogliono sapere chi siamo, da dove  veniamo , come abbiamo conosciuto l’eremo. Capiamo che il rapporto con i pellegrini,  gli scout o chiunque passi di lì, è la loro finestra sul mondo. Non hanno mezzi di informazione. Solo il mercoledì,  dopo il pranzo, c’è la lettura di un quotidiano. Negli altri giorni si leggono le vite dei santi o i salmi. Non hanno idea di  quanto siano  fortunate. Si lavano i piatti e si rigoverna tutti insieme: “ Mi raccomando,  usa poca acqua e poco detersivo, non vogliamo inquinare e l’acqua per noi è preziosa”.  Ci viene assegnato il compito del pomeriggio. Sgranare la lavanda raccolta d’estate per preparare i sacchetti da regalare alle altre sorelle o, se qualcuno li vuole, raccogliere offerte per la chiesa. I gambi della lavanda profumeranno il fuoco della sera, le bucce della frutta e delle verdure vanno portate nel bosco perché i cinghiali le aspettano: a volte arrivano anche i lupi e qualcosa si lascia anche a loro.  Non le vedi mai ferme. C’è sempre qualcosa da fare. A intervalli regolari si chiudono  nella cappella per  cantare, ancora con i grembiuloni da lavoro addosso, come se avessero un rapporto diretto con Dio, come se sentissero  la necessità di parlare con lui, ad intervalli regolari. Una presenza costante nella loro vita con cui dialogano in modo ininterrotto, fra una faccenda e l’altra.  Nulla si spreca, hanno una forte coscienza ecologica. A  cena ricompaiono le mele cotte del mezzogiorno con  una spolverata di cannella e di caramello: sono più buone che a pranzo.   Lavorano dalla mattina alla sera, raccolgono legna con cui si scaldano e producono acqua calda, curano l’orto, raccolgono castagne  selvatiche nel bosco, tengono pulito il monastero, e aspettano i pellegrini, le loro storie, le loro vite.. E’ forse questo il motivo per cui ti accolgono con tanta gioia, per  cui  fanno di tutto per farti sentire a casa ( vuoi un altro panno, un paio di scarponi, una tisana, una felpa asciutta?) . Si rammaricano quando te ne vai. Ti chiedono di scrivergli, di mandare le foto, di tornare a primavera.  Gli lasci un’offerta, e loro ti chiedono di metterla in un salvadanaio di coccio che apriranno prima della chiusura dei due mesi. “Sono soldi per la casa, per accogliere sempre meglio chi viene a trovarci! “  Ci aspetta il sentiero maledetto: è vero che andare giù tutti i santi aiutano, ma c’è un po’ di preoccupazione.  Le lasciamo con un gruppo di famiglie che è salito da Forlì per pranzare con loro insieme a un frate francescano. Sono  felici di avere ancora tante storie da ascoltare davanti alla tazza del caffè. Poi anche questi pellegrini se ne andranno e loro resteranno sole in questo paradiso a pensare a tutti quei volti che per qualche ora, o giorno,  hanno fatto parte della loro famiglia . Ci hanno detto che  pregheranno tanto per noi, per le nostre famiglie e per  i nostri amici. Per vederci tornare. Non le deluderemo.

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12 Responses

  1. Francesca

    Una fiaba….incantevoli posti…leggervi é un po come essere stata con voi

  2. Fabio

    Siamo incantati dal vostro racconto:da ciò che avete detto e dal tanto taciuto.
    Credo che con la primavera gusteremo anche noi la gioia di essere accolti.
    Grazie!
    fabio e barbara.

    • Annina

      Bravi. Il “taciuto” è fondamentale. Spero di cuore possiate scoprirlo presto. Magari insieme.

  3. Aurora

    Bellissimo racconto di una spledida avventura, brava Anna e brave tutte, la prossima volta mi piacerebbe unirmi a voi!

  4. Emanuela

    …..e dopo questa lettura la giornata inizia con il piede giusto! Grazie Anna ! ❤

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