La regina delle nevi. E delle capre.

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Quando si dice che non è mai troppo tardi per imparare cose nuove, vale anche per lo sport. Io, per esempio, ho iniziato a sciare quando avevo già compiuto i cinquanta, dopo anni che non svolgevo nessun tipo di attività sportiva se non qualche camminata.

“Perché lo fai?” – mi hanno chiesto perplesse le mie amiche“ Ma ti rendi conto che se ti rompi un osso, alla nostra età, con l’osteoporosi in agguato, avrai un sacco di problemi?”. Il perché l’ho fatto, è uno dei motivi più banali del mondo: l’ho fatto per amore…E perché mi annoiavo. E’ andata così.  Quando mio figlio ha compiuto quattro anni, il padre, cioè mio marito, l’ha messo su un paio di sci e, con l’aiuto del maestro, in pochi anni l’ha trasformato nel suo migliore compagno di avventure sulla neve. Migliore e unico direi, perché mentre loro due se la spassavano su piste sempre più complesse, io non potevo far altro che restare lì ad aspettarli, pronta con i calzettoni di ricambio per il piccolo, per un caffè insieme al grande, prima che sparissero per una nuova splendida avventura lasciandomi di nuovo sola. Con il tempo, il bambino è diventato ragazzo. Le piste sono diventate più lunghe così come le attese tra una sosta  e l’altra. Ormai avevo ottenuto la cittadinanza onoraria di tutte le baite del comprensorio di San Vigilio. Mi vedevano arrivare con il giornale, un libro e l’Ipod per la mia giornata di attesa nel solito angolo vicino alla stube, con vista sulle piste. E così, mentre loro volteggiavano, felici su piste blu, rosse e nere, io mi annoiavo nel rifugio – troppo freddo anche per una passeggiata – ingollando cioccolate calde e bombardini per riscaldarmi. Quando, finalmente, a metà giornata venivano a recuperarmi per pranzare insieme prima della sciata del pomeriggio, mi trovavano leggermente alticcia: grazie al vov, io che mi ubriaco con un boero, avevo familiarizzato con tutti i nonni della baita che mi parlavano in ladino, dicendomi chissà cosa. Una volta, mi beccarono a cantare ‘ La montanara ’ in compagnia di un gruppo di ex alpini, che facevano il giro delle baite con la fisarmonica, fermandosi in ognuna a bersi un grappa.

Un giorno, un maestro di sci un po’ anziano, con cui avevo fatto amicizia, mi chiese perché non provavo anch’io a divertirmi e a sciare un po’. Gli feci presente la mia età e la mia scarsa propensione allo sport, oltre alla mia forma fisica decisamente in declino. “ E allora? Mica devi fare la Sylvester e la Piculin ( temibili piste nere del comprensorio), a  te basta fare quelle blu per divertirti. Dai, domani andiamo da Hannes, prendi l’attrezzatura e nolo e proviamo”. Confusa e felice annunciai la novità alla famiglia che reagì con teneri commenti denigratori, ma l’importante era che non interferissi nelle loro maratone bianche e quindi, ma sì dai, che provassi pure. C’era un maestro che voleva cimentarsi in questa impresa? Benissimo, l’avrebbe pagato il marito tanto,  la cosa non sarebbe andata oltre una lezione o due. Invece ci presi gusto. Dopo la prima tremenda mezzora in cui ero più per terra che sugli sci, mi applicai con l’impegno dei principianti, di chi vuole assolutamente farcela e soprattutto l’umiltà di chi sa che deve iniziare da zero.  E così mi ritrovai a fare ‘la rondine’, lo ‘spazzaneve’ e, ahimè, a usare lo skilift insieme alle altre scuole di principianti: età media otto anni.  Lo skilift fu il mio vero e grande incubo, ne ero terrorizzata. Avrei preferito tentare una pista rossa e salire a piedi, piuttosto che usare quell’attrezzo demoniaco. Karl Heinz, il mio maestro, che non aveva solo il nome di austro-ungarico, ma anche il temperamento, fu irremovibile.  “Tu deve abituare.  Tutto serve per equilibrio. Tu capito vero? Prende piattello, mette fra le gambe. Stare un po’ piegata…Nooo, non così, sembra stoccafisso…Morbida, morbida.. Ecco, tu vede che non succede niente?” E un attimo dopo ero per terra, trascinata dal malefico piattello a pancia in giù tra lo sghignazzamento dei bimbi, e quello degli spettatori non paganti, felici di avere anche quel giorno qualcosa da raccontare”.  Già immaginavo i commenti  “Oh, vieni domani al campo scuola? C’è ancora quella babbiona che vuole imparare a sciare….Si, per impegnarsi si impegna, ma il bello viene quando deve prendere lo skilift… Ci vediamo là allora…Eh, mi raccomando…Dai che si ride!” Il piattello mi terrorizzava: quando arrivava il mio turno della fila cominciavo a tremare, e l’addetto all’impianto me lo porgeva con ghigno satanico pregustando  il fatidico momento in cui, una volta sistemato sotto il sedere, il piattello avrebbe “strappato” sbilanciandomi all’indietro e mandandomi inevitabilmente a gambe all’aria. Un giorno ebbi un’intuizione fantastica, almeno così mi sembrò, e arrivato il mio turno, mentre ancora l’addetto stava consegnando il piattello a quello davanti a me nella fila, cominciai a urlare, per essere certa che mi sentisse:  “Sentaaaa! Scusi, sentaaaa…Non me lo dia in mano per favore! Me lo metta direttamente fra le gambe!!!”  Sciatori e spettatori non paganti cominciarono a ridere in modo isterico ed  anche i bimbi, che certamente non avevano capito il senso della mia infelice uscita. L’addetto eseguì gli ordini diventando più paonazzo di quanto la robusta abbronzatura dolomitica gli avesse già concesso e l’eco della mia performance corse di bocca in bocca fino alla stazione a monte, dove fui accolta con ilare simpatia.  Credo siano ancora lì che ridono.

Le lezioni con Karl Heinz furono un tormento e soprattutto una continua umiliazione. Nonostante partissimo bene, con caffè in baita e promesse di reciproca tolleranza, dopo un quarto d’ora eravamo già ai ferri corti. “No! No! No! Tu no stare abbastanza in avanti! Tu non essere al cinema!  Abbassa culone ! Piega gambe, tu sembra paralitica!  Bech de ciöra!”  Naturalmente a voce altissima, con grande sollazzo degli altri sciatori che ci sfilavano elegantemente accanto. Finalmente, con molta pazienza, riuscii ad adottare un assetto confacente alle attese del mio teutonico maestro il quale, consegnandomi per l’ultima volta al resto della famiglia, decretò che, a parte qualche legnosità ero ponta per  affrontare le piste più impegnative. Che felicità poter salire con scioltezza sulle seggiovie, scendere per le piste rosse e seguire i miei uomini nei loro itinerari! Forse non sciavo proprio come Isolde Kostner ma riuscivo a stargli dietro, scendendo con la grazia di un ferro da stiro senza comunque mai cadere. Loro spesso facevano finta di non conoscermi ma io ero felice e orgogliosa del risultato ottenuto. Un po’ alla volta affrontai anche le famigerate piste ‘nere’, tagliandole in tutta la lunghezza per non prendere una velocità folle e, in effetti, quando arrivavo a valle, marito e figlio erano già al secondo giro di cioccolata calda, avevano fatto pipì ed erano pronti per ripartire.

Nel corso degli anni il figlio si è eclissato dalle nostre settimane bianche e mio marito ha apprezzato ancora di più il fatto che io avessi imparato a sciare. L’unico problema era, ed è ancora, che la nostra giornata tipo sulla neve, è più faticosa di una giornata lavorativa. Il marito punta la sveglia alle 7 di mattina esigendo di essere sulle piste al massimo alle otto. Ancora piena di sonno lo seguo infreddolita cercando di mostrare grande entusiasmo. Siamo i primi ad arrivare agli impianti: praticamente saliamo con gli i camerieri dei rifugi, i maestri di sci e gli addetti alla funivia.  Le prime piste sono tremende. La neve è dura e compatta, ancora liscia per il passaggio del gatto che l’ha resa un’unica crosta di ghiaccio. Io ogni mattina prego la Madonna delle nevi.  Dopo due ore ininterrotte mi è concessa una pausa e comincia la tragedia dell’andare in bagno, un’esperienza sempre molto complicata. Già arrivarci con gli scarponi è un’impresa, caracollando come l’uomo sulla luna giù per le scale perché, porca miseria, i bagni sono sempre al piano di sotto. Un passo alla volta scendo per i gradini allagati di neve e se incrocio qualcuno si rischia l’incidente diplomatico. Gli italiani sono gentili, salutano affettuosi, consigliano polenta e formaggio grigio per il pranzo, ti augurano buona sciata e si fanno galantemente da parte per farti passare. I tedeschi barcollano già un po’ alticci e quando li incroci fanno finte tremende, mulinando le braccia, che tu pensi ti vogliano invitare per un valzer.  I russi non guardano in faccia a nessuno e ti passano direttamente sopra.  Poi c’è la svestizione per fare pipì e il dramma raggiunge il suo apice. Già vestirsi al mattino pare il rituale di partenza per le crociate: biancheria intima, calzamaglia da giullare, legging tecnico modello Disco, maglia termica, pile, pantalone tuta con bratelle che ti segano a mezzo, scaldacollo, passamontagna, giacca a vento, guanti. Quando arrivi in bagno ti viene da piangere e cerchi la soluzione più veloce . Togli la giacca e trotterelli verso la toilette mettendo in conto almeno dieci minuti per arrivare allo slip. Per non occupare troppo il bagno ti svesti un po’ prima di entrare. Quando finalmente riesci a slacciare il pantalone della tuta, a cui il gelo ha saldato il gancio che ci hai già rimesso un polpastrello per aprirlo, la porta si apre e una signora tedesca si fionda nel bagno libero. Perché loro sì che sono organizzate. Cominciano a spogliarsi  scendendo le scale e quando arrivano in bagno sono praticamente in mutande. Tu ti pieghi in due aspettando il tuo turno nella speranza che anche la pipì si sia un po’ congelata, la Frau esce trionfante dal bagno, apostrofandoti allegramente con parole incomprensibili mentre tu annuisci sorridendo  pur non capendo una minchia per non  sembrare  maleducata, e  cerchi di guadagnare  velocemente la porta. Una volta dentro mentre espleti le tue funzioni pensi amaramente a quando uscirai e dovrai ricominciare tutto da capo e maledici quel mezzo litro d’acqua e il the verde che ti sei bevuta a colazione. Il marito negriero ama pranzare in baita ma, ligio alle sue teutoniche convinzioni, opta per il pranzo frugale: prima si mangia, prima si torna sulle piste. E tu, che ti mangeresti anche le gambe del tavolo, ti devi accontentare di una zuppa d’orzo bollente, mentre tutto intorno è tutta un’apoteosi di polenta, salsicce, patate fritte, cotolette grandi come tovaglioli e fettone di strudel.  Dopo il caffè, via verso nuove avventure. E così passa la settimana ed io ogni anno divento sempre più bravina. L’ultima volta ho affrontato una pista nera, terribile, che mai avrei pensato di trovare il coraggio di fare. Ripida, ma che dico, ripidissima, stretta e piena di dislivelli. Ed io via, sicura con la mia impostazione da scuola di sci, l’ho domata con leggerezza e, credo, anche con un certo stile. Non mi pentirò mai della scelta fatta, di questa nuova possibilità che mi sono regalata. Sì, sono proprio orgogliosa di me. Peccato per un’unica ombra sulle mie felicità e autostima. Mentre arrivavo in fondo alla pista, ho incrociato Karl Heinz che inveiva contro due povere signore, più giovani di me, alle prime armi. Ho sorriso ripensando alle nostre risse e gli sono sfilata davanti con un sorriso a trentadue denti per dargli soddisfazione, ma anche per prendermene un po’ anche io. Lui mi ha guardato, mi ha sorriso e poi ha urlato. “Io non ti ho insegnato a sciare così! Tu seduta, non in avanti. Tira su culone! Bech de ciöra!” . Si sono girati tutti, anche quelli che sciavano sull’altro versante.
“Ma cosa vuole dire esattamente  “Bech de ciöra”?” ho chiesto alla sera alla padrona del nostro albergo “Qualcosa tipo.. Forza, puoi fare di meglio! immagino…”  Lei mi ha guardato e si è messa a ridere. Rideva così tanto che manco riusciva più a parlare. “Ma chi te lo ha detto??’” ha chiesto non appena è riuscita a ricomporsi. “Karl Heinz oggi sulle piste, e non è neanche la prima volta!”. ”Vuol dire Testa di capra in ladino” e ha ricominciato a ridere. “In senso affettuoso eh….” Fantastico.

 

 

 

 

 

 

 

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